giovedì 16 febbraio 2012

STOP AI LIBRI DI TESTO CARTACEI, LA SCUOLA SI SCOPRE DIGITALE

Stop ai libri di testo cartacei nelle scuole di ogni ordine e grado. Lo stabilisce la circolare n. 18 del 9 febbraio diramata dal Ministero dell'Istruzione ai dirigenti scolastici.
"Le adozioni da effettuare nel presente anno scolastico 2012-2013 presentano una novità di assoluto rilievo - si legge nel testo della circolare presente sul sito del Ministero (http://www.istruzione.it/) - in quanto, come è noto i libri di testo dovranno essere redatti in forma mista (parte cartacea e parte in formato digitale) ovvero debbono essere interamente scaricabili da Internet. Pertanto per l'anno scolastico 2012-2013 non possono essere adottati né mantenuti in adozione testi scolastici esclusivamente cartacei".
Una bella rivoluzione per la nostra scuola pubblica, che si trova a dover fare i conti con arretratezze di vario genere, dall'inagibilità di molti edifici scolastici alla scarsità di mezzi e materiale talvolta anche di prima necessità come la carta igienica. Per non parlare di casi-limite come quello dell'Aquila dove, a tre anni dal tragico terremoto, di ricostruzione delle scuole proprio non si parla al punto che un gruppo di insegnanti ha pensato di rivolgersi a San Remo sperando in qualche briciola del sontuoso compenso di Celentano.
Non abbiamo dubbi che bambini e ragazzi non avranno difficoltà ad abituarsi ai libri di testo multimediali.
Ma le scuole sono dotate degli strumenti necessari? E gli insegnanti, tutti gli insegnanti, hanno la dimestichezza necessaria con le nuove tecnologie per poterli utilizzare?
Dopo aver navigato tra siti e blog dedicati alla professione docente la risposta alle due domande è, a voler essere proprio ottimisti, un "ni".
Della circolare non vi è traccia, né si affronta in alcun modo il tema dei libri in formato digitale.
I problemi più trattati sono quelli di ordine sindacale (tra l'altro è previsto uno sciopero della categoria per il prossimo 3 marzo). Ovviamente ci si occupa anche di didattica, ma la sensazione è di una grande disomogeneità con punte avanzate e situazioni invece ancora molto legate alla tradizione.
Sintomatico sembra il fatto che tra i siti più recenti ci sia quello di un gruppo di docenti e formatori, sotto la supervisione del professor Giuseppe Tacconi del Centro di Ricerca Educativa e Didattica della Facoltà di Scienze della Formazione dell'Università di Verona (http://www.storiedididattica.it), che ha dato vita al progetto "Storie di didattica" tutto incentrato sulla "narrazione". Attraverso la raccolta di storie e la loro rielaborazione il gruppo si propone di strutturare un'antologia, un repertorio di dispositivi didattici per arrivare a una raccolta di teorie didattiche.
L'uso della multimedialità appare quindi un punto di arrivo, sicuramente auspicabile, di un percorso ancora da inventare piuttosto che una fase di partenza.
Ci permettiamo di suggerire al neo-ministro Profumo di visitare il maggior numero di scuole possibile e di parlare con i relativi docenti, non limitandosi a visionare i dati che gli istituti invieranno per il progetto ministeriale online denominato "Scuola in chiaro".


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sabato 11 febbraio 2012

COMUNICAZIONE DIGITALE/2: COME FAR NASCERE E CRESCERE UNA STARTUP

Ammettiamo che vi siate stancati di inviare il curriculum alle aziende e di non essere mai contattati. Ammettiamo che abbiate un'idea e una gran voglia di provarci da soli. Ammettiamo che il vostro potenziale business si chiami startup...
Bene, anche in questo caso ci sono alcune cose che dovete sapere. I consigli su come far nascere e crescere un'impresa digitale sfruttando le opportunità della Rete vengono da un panel di esperti che si sono confrontati nel corso dell'workshop "Digital startup" all'interno del Forum della Comunicazione Digitale.
Esponenti a vario titolo di iniziative nate in questi anni per supportare la nascita di imprese innovative come Mind the Bridge (http://www.mindthebridge.org/), Wind Business Factor (http://www.windbusinessfactor.it/), Innovation Lab (http://www.innovationlab.it/), Innogest (http://www.innogest.it/) e Indigeni Digitali (http://blog.indigenidigitali.com/), si sono prodigati in suggerimenti utili a evitare gli errori di cui è costellato il difficile cammino degli startupper.
Innanzitutto, hanno sottolineato soprattutto Augusto Coppola di Innovation Lab e Alberto Onetti di Mind the Bridge, occorre formare un team: se ci si presenta da soli a chiedere un finanziamento, il fallimento è assicurato. "Se non è riuscito a convincere nessuno, come può essere un'idea vincente?", sarà il retropensiero dei vostri potenziali finanziatori.
Ovviamente un buon team da solo non basta. Occorre infatti che l'idea innovativa si trasformi in un business plan. 
"Occorre leggere il mercato, pena il fallimento del business", ha affermato Andrea Genovese di WBF, mentre Onetti ha sottolineato come questo sia "un processo che ha delle fasi e che può cambiare nel tempo".
Già, perché è sbagliato innamorarsi della propria idea e rifiutarsi di modificarla o addirittura di accantonarla per far spazio a un'altra, è stato l'ammonimento di Fabio Lalli di Indigeni Digitali.
E comunque, preparatevi a ricevere molte porte in faccia. Ergo, occorrono tenacia e determinazione (da non confondere con l'arroganza) insieme a una buona dose di umiltà, ha suggerito Augusto Coppola di Innovation Lab.
Ma come sempre a parlare sono soprattutto i numeri. E quelli forniti da Claudio Giuliano, di Innogest, sono molto eloquenti: in cinque anni si sono rivolte al fondo per  ottenere finanziamenti ben 2500 società e gli investimenti andati a termine sono stati 20. Quanti di questi ultimi poi avranno successo ancora non si sa, forse meno di una decina.
E' toccato a Onetti risollevare un po' il morale della platea, aprendo uno sguardo sullo scenario internazionale. Mind the Bridge infatti è nata per creare un ponte fra i talenti italiani e le opportunità offerte dalla Silicon Valley. Ma attenzione: questo non significa che le idee migliori nate in Italia vengano esportate negli Usa, anche perché oggi è anacronistico parlare di imprese italiane o americane, ormai si deve parlare di imprese globali. A questo proposito una case history di successo è quella di Funambol: finanziata con 33 milioni di dollari, dà lavoro a 50 ingegneri. A Pavia, non a Cupertino o a Palo Alto.


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mercoledì 8 febbraio 2012

COMUNICAZIONE DIGITALE: COME CERCARE (E TROVARE) LAVORO CON LA RETE

Se siete su uno dei siti più famosi di recruiting online e state per cliccare su "Invia curriculum" ci sono alcune cose che dovete assolutamente sapere. Vengono dalla viva voce di Vittorio Maffei, Managing Director di Infojobs.it, che insieme ad altri esperti del settore ha partecipato a uno degli workshop del Forum della Comunicazione Digitale 2012 svoltosi ieri a Milano.
"Ogni mese Infojobs pubblica 50.000 offerte di lavoro a fronte delle quali vengono inviati  1 milione e 500 mila curricula", ha riferito Maffei.
Forse, dopo questa notizia, qualcuno desisterà dal cliccare su quell'Invia. Forse qualcun altro, più determinato o più amante delle sfide, cliccherà ugualmente. Allora questi ultimi sappiano che la maggior parte delle offerte riguardano la Lombardia e soprattutto la metropoli: ergo, se non abitate a Milano e dintorni, tenetevi pronti a fare le valigie e a salutare mamma e papà, il lavoro non è per i bamboccioni che amano stare appiccicati alla famiglia lo ha detto anche la ministra Cancellieri.
Bene. Ma ora che il curriculum è stato spedito, chi contattare per avere informazioni circa l'esito dell'invio? Come sanno tutti coloro che utilizzano Infojobs, nella propria pagina personale vengono fornite alcune informazioni circa il fatto che sia stato ricevuto, preso o meno in considerazione e, nella peggiore delle ipotesi, scartato. Nessun contatto personale è previsto con le aziende.
E del resto, ha reso noto Joakim Lundquist, Founding Partner Lundquist & Country Manager, in Italia il 77% delle aziende non forniscono un contatto diretto a cui rivolgersi per avere informazioni in merito alla propria candidatura.
Che fare, allora?
Beh, come saprete da qualche tempo le imprese alla ricerca di personale stanno setacciando anche i social network. E qui si apre uno scenario abbastanza inquietante, perché, come dice la parola stessa, per essere social occorre condividere tutto, anche i propri momenti trasgressivi o di défault.
"E questo potrebbe pregiudicare la vostra assunzione", ha messo in guardia l'avvocata Caterina Rucci, del Dipartimento Diritto del Lavoro Bird & Bird.
"Ma quanto la pregiudica?", ha domandato un partecipante dalla platea.
"Se il profilo professionale viene ritenuto adeguato all'offerta e sul profilo Facebook si trova qualche smagliatura relativa alla vita personale del candidato - ha risposto Maffei - l'azienda probabilmente cercherà di indagare meglio questa "zona grigia" tramite un colloquio face to face".
Se siete giovani comunque, monitorate anche i siti delle imprese e non abbandonate i canali tradizionali. Vodafone, per esempio, ha un sito apposito per gli studenti, ha riferito la Responsabile Comunicazione Interna Alessandra Teruggi, mentre Liliana Gorla, HR Talent Acquisition di Siemens ha esortato a frequentare i job meeting.
Cattive notizie, infine, per quanti hanno un profilo professionale elevato. Spesso infatti, sempre secondo il manager di Infojobs, le aziende danno la preferenza a chi manifesta una disponibilità immediata anche se in possesso di un profilo inferiore.


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giovedì 2 febbraio 2012

EMIGRANO A LONDRA PER POTER APRIRE UN CONTO CORRENTE. STORIA DI TRE GIOVANI CHE NON CERCAVANO UN POSTO FISSO

Il posto fisso non c'è più ed è pure noioso: quindi, cari giovani, scordatevelo. Più o meno è quello che ha sostenuto ieri sera a Matrix il premier Mario Monti, suscitando non poche polemiche a cui voglio aggiungere un po' di sale raccontando una storia emblematica.
Due anni fa tre ragazzi milanesi, Maurizio Castelli, Federico Lattuada e Jacopo Visetti, avendo intuito in anticipo quello che Monti ha affermato ieri, hanno fondato una start-up all'avanguardia, la AitherCo2.
I tre giovani, studi in Scienze Bancarie alla Cattolica, sono convinti ecologisti ma ci sanno fare anche con il business. Hanno letto l'accordo di Kyoto e sanno che a ogni Paese è stata assegnata una quota di emissioni di Co2, quota che può essere sforata se compensata con l'acquisto di crediti da altri Paesi più virtuosi.
Fondano quindi una società, la AitherCo2 appunto, che si offre come intermediaria per la movimentazione dei diritti di emissione. Presto arriva il primo contratto da 30.000 euro, ma non fanno in tempo a festeggiare perché la festa è rovinata da una telefonata della banca presso cui avevano aperto il conto intestato alla società. Il conto va chiuso, dice la banca, perché loro sono troppo giovani per gestire cifre così alte. I nostri per fortuna non si perdono d'animo: abbandonano la baracca e volano a Londra, dove in due giorni aprono un nuovo conto corrente.
La storia di Maurizio, Federico e Jacopo e della loro start-up l'ha raccontata Luca Pagni lunedì scorso sul supplemento di Repubblica "Affari e Finanza". Quando l'ho letta non volevo crederci e ho dovuto rileggerla per rendermi conto che quello che Pagni raccontava, per quanto assurdo possa sembrare, è successo in un Paese che si chiama Italia, dove ai giovani si dice che devono dire addio al posto fisso e inventarsi qualcosa di nuovo ma quando poi lo inventano gli si mette i bastoni tra le ruote.
Sono andata sul sito della società e vi invito ad andarci (http://www.aitherco2.com/ita/). Sono rimasta molto colpita dal fatto che i ragazzi che l'hanno fondata affermano che l'obiettivo è la salvaguardia dell'ambiente, ma giungere all'eliminazione totale delle emissioni non è facile e richiede tempo.
Un occhio all'utopia e uno alla realtà. Ecco, è così che dovremmo vivere tutti. Perché Matrix non invita i tre pionieri a raccontarcelo?


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lunedì 30 gennaio 2012

AGENDA DIGITALE: IL DECRETO VARATO DAL GOVERNO LA FA TROPPO FACILE?

"Allineare il Paese agli standard europei" nella realizzazione della banda larga e ultra-larga: è quanto si propone il decreto "Semplifica Italia" varato venerdì scorso dal Consiglio dei Ministri. (http://www.governo.it/GovernoInforma/Dossier/semplifica_italia/semplifica_italia.pdf).
Prendendo atto che quasi 5,6 milioni di italiani si trovano in condizione di "divario digitale" e che più di 3000 centri abitati soffrono un deficit infrastrutturale che rende più complessa la vita dei cittadini, il governo ha dato il via all'agenda digitale con l'intenzione di superare questi limiti.
Sarà la volta buona? Quanti soldi ci vorranno per portare il nostro Paese ai livelli europei? E dove li troverà il governo Monti?
Nel decreto si dice che verrà creata una "cabina di regia" (termine ormai molto in voga), composta da Governo, Regioni, Enti Locali, Authority. Non sarà difficile mettere d'accordo tutti questi attori?
Mi rendo conto che forse sto formulando troppe domande, ma la sensazione è che il decreto sulle semplificazioni semplifichi un po' troppo le cose (permettetemi il gioco di parole!).
Molto atteso e sicuramente utile il provvedimento sugli opendata e sul cloud, ovvero sulla condivisione e l'accesso dei/ai dati in possesso delle diverse istituzioni pubbliche.
Ma la vera novità sono le smart communities, ovvero la creazione di spazi virtuali in cui i cittadini possono interagire con le pubbliche amministrazioni per fornire suggerimenti.
Sembra che questo provvedimento abbia già trovato una prima applicazione con la decisione di far scadere i documenti di identità nel giorno dell'anniversario dei titolari, idea scaturita dall'indicazione di un cittadino qualunque. Se la cosa prenderà davvero piede, ci troveremo davanti a una mezza rivoluzione, stante la distanza siderale che ha sempre caratterizzato il rapporto tra i cittadini e la pubblica amministrazione.
Sembra anche che il presidente Monti sia subissato da e-mail inviate da signore e signori nessuno, a cui sarebbe intenzionato a rispondere individualmente.
Presidente, stia attento. Se si sparge troppo la voce, rischia che la sua casella postale vada fuori uso per eccesso di messaggi!


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venerdì 27 gennaio 2012

REPORTER SENZA FRONTIERE: "WEB FONDAMENTALE PER L'INFORMAZIONE"

"L'anno appena trascorso ha messo in luce il ruolo fondamentale giocato dagli internauti nel produrre e diffondere le notizie": così afferma l'associazione Reporter senza frontiere nel suo decimo rapporto annuale sullo stato dell'informazione (http://rsfitalia.files.wordpress.com) presentato mercoledì alla stampa.
Un riconoscimento che arriva proprio nei giorni in cui la Rete è mobilitata contro i ripetuti tentativi di limitarne la libertà. Dapprima è toccato agli Usa con le leggi Sopa e Pipa, ora messe in naftalina in attesa di tempi migliori. Poi la battaglia si è spostata in Europa, con la ratifica dell'Acta (Anti-Counterfeiting Trade Agreement), un trattato che mira a uniformare le leggi nazionali in materia di contraffazione e pirateria informatica.
In Italia, poi, la Commissione Affari Comunitari ha licenziato un emendamento proposto dal deputato leghista Gianni Fava, subito ribattezzato "Sopa all'amatriciana", che consente la rimozione di contenuti online su richiesta di "qualunque soggetto interessato" senza  ricorso a giudici e tribunali.
Eppure, secondo la classifica dell'associazione che si batte per la libertà di stampa in tutto il mondo, il Belpaese non se la passa affatto bene. Dal 49esimo posto ottenuto nel 2010 l'Italia è precipitata al 61esimo nel 2011.
Da sempre sostengo che occorra trovare modalità per far sì che il web non sia il Far West ma neppure il lager  dell'informazione. Ovvero, fuor di metafora, che occorra  conciliare il diritto alla libertà con il diritto di proprietà. Certo però la classifica di Rsf preoccupa parecchio. Anche perché la battaglia tra il popolo della Rete e le majors (o i big dell'Ict) non si può dire che sia condotta ad armi pari.


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lunedì 23 gennaio 2012

SOCIAL: SOGNO UN NETWORK DOVE POTER CLICCARE "NON MI PIACE"

Di cose che mi piacciono ce ne sono tante, ma sono molte anche quelle che detesto. Per esempio non sopporto i furbetti (che siano del quartierino, dell'intervistina o di chissacché non cambia, sempre furbetti sono), i leccapiedi (oggi si citerebbe un'altra parte anatomica, ma il concetto non cambia), i carrieristi attaccati alla poltrona con il Vinavil e pure con l'Attack così sono più sicuri di non scollarsi mai, quelli che ragionano per stereotipi ("le donne non sono adatte a governare perché sono preda dei loro instabili ormoni".... già perché gli uomini invece!?!).
Eppure Facebook vuole che io dica sempre "Mi piace", anche quando non mi piace affatto.
Certo, il motivo lo conoscono anche i bambini ormai. Sulla base dei "Mi piace" il popolare social network trasforma gli utenti in consumatori, appioppando a seconda dei gusti espressi pubblicità di partiti politici o di unghie rifatte, il tutto mescolato in un potpourrie che dovrebbe rispecchiare la nostra essenza più profonda e quella più frivola allo stesso tempo.
Niente di scandaloso, certo. La pubblicità fa parte ormai della nostra vita e quella su Facebook non è certo la più invadente, anzi.
Però vorrei poter esprimere anche dei "no", non soltanto dei "sì", soprattutto quando queste affermazioni positive mascherano in realtà proposizioni negative che più negative non si può.
Attendo un nuovo Zuckerberg che mi/ci dia anche questa opportunità.
Qualcosa mi dice che questo qualcuno sarà europeo, non americano.
Però magari mi sbaglio.



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